Francesco Di Cocco

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Roma, 1900 - Roma 1989
Francesco Di Cocco, nato a Roma l’1 luglio 1900, da genitori fiorentini trasferitisi da qualche anno nella capitale, vi si forma, dopo l’impegno militare nel 1918 in Albania iniziando un’attività pittorica attento sopratutto al dinamismo futurista di Balla. Frequenta in particolare Leonardo Castellani, allora a Roma scultore. Fra 1922 e ’23 è a Parigi. Si occupa in quegli anni anche di ceramica. A Roma frequenta la “Terza saletta” del Caffè Aragno. Verso metà degli anni Venti il suo orientamento pittorico
si fa tuttavia decisamente ricostruttivo, orientato al dialogo con il museo, come evidente in un impegnato dipinto quale Le balie, 1924 c., che espone nella Terza Biennale Romana, nel 1925. La sua ricerca pittorica è ormai maturata in un’antitesi evolutiva alle certezze plastiche del “neoclassicismo” del “Novecento” romano, sulla traccia segnata dal particolare percorso pittorico alternativo di Virgilio Guidi , connettendosi infatti alla problematica del “tono”, in una possibilità d’immagine sostanziata cromaticamente nella respirazione luminosa. E così opera dialetticamente entro la giovane realtà di quella che sarà detta “Scuola romana”, a lui vicini allora appunto Capogrossi e Cavalli (ma a quel ceppo sono sensibili allora anche sia Scipione che Mafai). Nel 1938 Di Cocco si imbarca per New York, dove in primavera tiene una personale nella The Comet Art Gallery. E fra fine del medesimo anno e inizio del 1939 realizza murali per alcuni stands progettati dall’architetto Andrea Busiri Vici, e per il ristorante, dell’architetto Gustavo Pulitzer, nel Padiglione italiano della World Fair 1939. Alla fine del 1938 riceve dalla Quadriennale romana una lettera in cui, nella mentalità nuove leggi fasciste di discriminazione razziale, gli si chiede di specificare la propria razza. Ricorderà: “Non risposi mai a queste lettere né ad altri telegrammi inviatimi dalla Quadriennale. Non fui mai iscritto al P.N.F. e, pur non essendo ebreo, quell’idea razzista mi disgustò molto e non tornai più in Italia durante il fascismo”. Particolarmente nel 1967-68 produce numerosissimi bozzetti attraverso i quali, da un proprio personale osservatorio, da vicino partecipa agli interessi di carattere “primario” e “minimalista” della nuova scultura nordamericana, da Robert Morris a Donald Judd, a Robert Grosvenor. A New York ha rapporti particolarmente con Claudio Cintoli, che di poco poi lo precede nel ritorno in Italia, avvenuto appena oltre metà del 1969, a Roma. Ove sviluppa ulteriormente la propria ricerca plastica minimalista, soprattutto in termini di arricchimento di gradazioni cromatiche, finendo per connettere quell’esperienza alla vicenda di una “nuova pittura”. Esiti significativi di quest’ultima sua, peraltro intensa, stagione creativa, sempre più solitaria, tutta ancora da riscoprire e adeguatamente valutare, concludono l’ampia antologica che Enrico Crispolti nel 1984 cura nella Chiesa di San Paolo a Macerata, per Pinacoteca e Musei Civici, riportando l’attenzione sul lungo percorso complessivo del suo lavoro, fra Futurismo e “Scuola Romana” (rilevante segmento già riproposto prima e poi anche in significative rassegne di taglio storico, ma sopratutto analiticamente poi ricostruito in un’importante mostra retrospettiva tenutasi nel 1991 nella Galleria Arco Farnese, a Roma, interamente dedicata al suo lavoro fra le due guerre), e fra Surrealismo, Informale, e Minimalismo plastico di puro colore (territori appunto da meglio esplorare). Ma intanto Di Cocco si è tolto la vita, a Roma, il 24 maggio 1989.