Osvaldo Peruzzi

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Milano 1907 - Livorno 2004
Osvaldo Peruzzi nasce a Milano nel 1907 in una famiglia di maestri vetrai, originaria di Colle Val d’Elsa. Pochi mesi dopo la sua nascita la famiglia si trasferisce a Livorno, dove il nonno fonda una nuova vetreria: qui Peruzzi cresce, frequenta le scuole e scopre presto la passione per il disegno e la pittura. Nel 1924 si iscrive a Ingegneria al Politecnico di Milano e va a vivere dallo zio. La grande città lo affascina: si avvicina alla musica jazz, al cinema americano e, da autodidatta, alla pittura futurista. Dipinge nel tempo libero e, nel 1928, conosce Munari, Depero e Andreoni alla Galleria Pesaro. L’anno seguente incontra Marinetti: un momento decisivo, che lo porta a entrare nell’ambiente futurista. Nel 1930 espone per la prima volta alla sala Taveggia, attirando l’attenzione di Marinetti.
Laureato nel 1932, torna a Livorno per lavorare nella vetreria di famiglia, continuando però a dipingere e partecipare a mostre sempre più importanti, dalla Galleria Pesaro alle rassegne futuriste di Firenze. Entra in contatto con i principali protagonisti del movimento e stringe un forte legame con Fillia, che lo convince ad abbandonare il pastello per la pittura a olio. Nel 1934 partecipa alla Biennale di Venezia nella sezione futurista; sono anni di fervore creativo ma anche di tensioni politiche, con le leggi razziali e i tentativi di emarginare l’arte d’avanguardia. Peruzzi continua comunque a esporre, tra Biennali e Quadriennali, mentre nel 1938 sposa Irma Ricci, dalla quale avrà due figlie. Con la guerra viene richiamato alle armi. Tra il 1942 e il 1943 combatte in Libia; dopo una lunga ritirata viene fatto prigioniero e deportato negli Stati Uniti, in un campo nel Missouri. Qui riesce a dipingere e allestisce piccole mostre; apprende la morte di Marinetti e realizza opere segnate da malinconia e solitudine. Rientra in Italia nel 1945 e trova Livorno devastata e il suo studio distrutto, ma riprende il lavoro in vetreria e la pittura. Nel dopoguerra il futurismo è messo da parte, ma Peruzzi non abbandona la sua strada. Espone a Livorno, Roma, Firenze e partecipa a premi e mostre di rilievo. Negli anni Cinquanta e Sessanta introduce nuovi temi: cantieri, vetrerie, autostrade, fino a tornare negli anni Settanta ai suoi soggetti futuristi preferiti — aeropitture, dinamismi e simultaneità — rinnovati da un linguaggio più astratto e cromaticamente ricco. Partecipa anche alle iniziative di riscoperta del futurismo e all’organizzazione di mostre dedicate a Marinetti. Negli anni Ottanta continua a sperimentare: dipinge automobili da corsa, sportivi, musicisti jazz e rock, cicli ispirati al cinema e omaggi ai maestri futuristi. Negli anni Novanta, con il progressivo indebolimento della vista, la pittura si fa più interiore e materica: trasforma persino la propria malattia in immagini e continua a ribadire l’attualità ideale del futurismo. Nel 1997 dona il suo archivio alla Fondazione Primo Conti. Negli anni seguenti partecipa a grandi mostre dedicate al futurismo e ottiene numerosi riconoscimenti. Muore a Livorno il 30 dicembre 2004, fedele fino all’ultimo alla sua ricerca e al suo ideale artistico: “Il futurismo non morirà finché ci sarà almeno un futurista”.
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